Vox Antiqua n. 1 - Indice 

Editoriale
Giovanni Conti

 

Cluny, la pretesa della perfezione
Glauco Maria Cantarella

 

San Benedetto Po-Polirone: una tradizione cluniacense in Italia
Giacomo Baroffio

 

Cluny, una storia di santi abati. Mirabili santi e uomini stupendi
Inos Biffi

 

Aspetti di iconografia cluniacense. Il caso di Lumignano (Vicenza)
Marco Ferrero

 

Lapides clamabunt: i mastri, la pietra, la voce
Diego Fratelli

 

I capitelli musicali di Cluny
Francesco Riva - Angelo Rusconi

 

Maria Maddalena, “la magnificata” a Cluny
Gian Franco Freguglia

 

Notitiæ

 Editoriale 

Non è un caso se, per compiere il primo passo di questa nuova Rivista, si è deciso di aprire il portone della grande abbazia di Cluny. Certamente ciò significa cogliere le vicende che videro questo luogo di riflessione e isolamento influenzare la politica e la società medievale, divenendo in breve tempo un centro di irradiazione spirituale, un laboratorio pedagogico, un modello di civiltà per l’intera Europa, un esempio di mediazione tra cielo e terra, tra potere spirituale e potere temporale.
Per Vox Antiqua significa anche cercare di cogliere a fondo il clima di un mondo fatto di solitudine e contemplazione, di preghiera e silenzio. Silenzio interrotto unicamente dal canto, incessante nella grande chiesa abbaziale, un canto che affascinava sia i viandanti, sia i nobili, sia le grandi figure della chiesa medievale e definito da tutti coloro che ci hanno lasciato testimonianza: canto degli angeli; musica del Paradiso.
Quando nel 910 Guglielmo il Pio, Duca di Aquitania, fondò a Cluny il monastero posto sotto la guida dell’abate Bernone, il monachesimo occidentale, fiorito qualche secolo prima con Benedetto da Norcia, stava vivendo un momento di decadenza riconducibile a cause molteplici: le instabili condizioni politiche e sociali dovute alle invasioni e devastazioni operate da popoli non integrati nel tessuto europeo, la povertà diffusa e soprattutto la dipendenza delle abbazie dai signori locali, che controllavano tutto quanto appartenente ai territori di loro competenza. In tale contesto, Cluny rappresentò l’anima di un profondo rinnovamento della vita
monastica inteso a ricondurla alla sua ispirazione originaria. A Cluny, introducendo l’osservanza della Regola benedettina, si volle garantire il ruolo centrale della Liturgia alla quale i monaci cluniacensi si dedicarono celebrando cogrande cura per il canto le Ore liturgiche, processioni devote e solenni e, naturalmente, la Messa. Posero grande attenzione alla musica assegnando centralità al canto monodico che in seguito sarebbe stato chiamato gregoriano; vollero che l’architettura e l’arte contribuissero alla bellezza e alla solennità dei riti; arricchirono il calendario liturgico di celebrazioni speciali come la commemorazione dei defunti all’inizio di novembre e incrementarono il culto a Maria, la madre di Cristo. L’importanza data alla liturgia, si sviluppava nei monaci di Cluny dalla convinzione che essa fosse partecipazione diretta alla liturgia del Cielo. E i monaci venivano responsabilizzati
dell’intercessione a Dio per i vivi e per i defunti: moltissimi infatti i fedeli che chiedevano le loro preghiere. Diversamente non sarebbe potuto essere dato che proprio con questo scopo Guglielmo il Pio aveva voluto la nascita dell’abbazia di Cluny. Nel documento di fondazione è infatti scritto:

 

«Eo siquidem dono tenore, ut in Clugniaco in honore sanctorum apostolorum Petri et Pauli monasterium regulare construatur, ibique monachi juxta regulam beati Benedicti viventes congregentur (... ) ita duntaxat ut ibi venerabile oracionis domicilium votis ac subplicationibus fideliter frequentetur, conversatioque celestis omni desiderio et ardore intimo perquiratur
et expetatur, sedule quoque oraciones, postulationes atque obsecrationes Domino dirigantur (...)».


Per  custodire  e alimentare questo clima spirituale, la regola cluniacense accentuò l’importanza del silenzio, alla cui disciplina i monaci si sottoponevano convinti che l’altezza delle virtù cui aspiravano, richiedeva un intimo e costante raccoglimento. Non meraviglia, quindi, che ben presto una fama di santità abbia avvolto il monastero di Cluny, e che molte altre comunità monastiche abbiano deciso di seguirne le consuetudini e che Príncipi e Papi abbiano chiesto ai suoi abati di diffondere la loro riforma. Nacque da qui, in poco tempo, una fitta rete di monasteri legati alla casa madre, andando a delineare – antesignana delle unità  politiche  –  una  vera  e  propria  “Europa  dello  spirito”,  a  partire  dalla  Francia attraverso l’Italia e la Spagna, per giungere alla Germania e all’Ungheria.
Se il successo di Cluny fu assicurato anzitutto dalla spiritualità elevata, anche altre condizioni ne favorirono lo sviluppo. A differenza di quanto era avvenuto fino ad allora, il  monastero  e  le  comunità  da  esso  dipendenti  furono  riconosciuti  esenti  dalla giurisdizione dei vescovi locali e sottoposti direttamente a quella del Papa. Ciò comportò un legame speciale con la sede di Pietro e, grazie proprio alla protezione e all’incoraggiamento dei Papi, gli ideali che la riforma cluniacense intendeva perseguire poterono diffondersi rapidamente. Inoltre, gli abati erano eletti senza alcuna ingerenza da parte delle autorità civili, diversamente da ciò che avveniva altrove. Persone veramente degne si succedettero alla guida di Cluny: l’abate Oddone e altre grandi personalità, come Emardo, Maiolo, Odilone e soprattutto Ugo il Grande: tutti svolsero il loro servizio per lunghi periodi, assicurando stabilità alla riforma intrapresa e alla sua diffusione.
La riforma cluniacense ebbe effetti positivi non solo nel risveglio della vita monastica, bensì anche nella vita della Chiesa rappresentando uno stimolo a combattere due gravi mali che la affliggevano in quel periodo: la simonia, cioè l’acquisizione di cariche dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare. Gli abati di Cluny con la loro autorevolezza spirituale e i monaci cluniacensi che divennero  vescovi, alcuni di loro persino Papi, furono con successo protagonisti di tale imponente azione di rinnovamento spirituale. Significativi  pure  i  benefici  apportati  alla  società  civile:  in  un’epoca  in  cui  solo  le istituzioni   ecclesiastiche   provvedevano   agli   indigenti,   fu   praticata   con   impegno l’assistenza.  In  tutti  monasteri  l’elemosiniere  era  tenuto  a  ospitare  i  viandanti,    i pellegrini bisognosi, i preti e i religiosi in viaggio e, soprattutto, i poveri che venivano a chiedere cibo e tetto per qualche giorno.
Non meno importanti furono altre due istituzioni, tipiche della civiltà medioevale, promosse da Cluny: le cosiddette “tregue di Dio” e la “pace di Dio”. In un’epoca fortemente  segnata  dalla  violenza  e  dallo  spirito  di  vendetta,  con  le  tregue  di  Dio venivano assicurati periodi di non belligeranza, in occasione di determinate feste religiose e di alcuni giorni della settimana. Con la pace di Dio si chiedeva, sotto la pena di una censura canonica, di rispettare le persone inermi e i luoghi sacri.
Nella coscienza dei popoli dell’Europa si incrementava così quel processo di lunga gestazione, che avrebbe portato a riconoscere, in modo sempre più chiaro, due elementi fondamentali per la costruzione della società:  il valore della persona umana e il bene primario della pace. Inoltre, come accadeva per le altre fondazioni monastiche, i monasteri cluniacensi disponevano di ampie proprietà che, messe diligentemente a frutto, contribuirono allo sviluppo dell’economia. Accanto al lavoro manuale non mancarono alcune tipiche attività culturali del monachesimo medievale come le scuole per i bambini, l’allestimento delle biblioteche, gli scriptoria per la produzione e la trascrizione dei libri. Fu quello un momento in cui anche gli edifici cluniacensi assursero a simbolo.
La chiesa di Cluny all’apice del suo splendore era la più grande di tutta la cristianità; solo la rinascimentale basilica vaticana l’avrebbe superata.
In questo modo, millecento anni fa, in pieno svolgimento del processo di formazione dell’identità europea, l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del continente, ha apportato il suo contributo importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni dello spirito, ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni per la promozione dei valori umani, ha educato ad uno spirito di pace. In altre parole Cluny ha costituito uno specchio di tensioni e aspirazioni e insieme un modello sperimentale di modelli di vita. All’Europa  delle  tante  diversità  regionali,  Cluny  offrì  un  sorprendente  prototipo  di organizzazione unitaria e coerente.
A tutti questi aspetti, nel 2010, la Rassegna internazionale di musica e cultura medievale e rinascimentale Cantar di Pietre aveva dedicato un convegno: questo volume ospita gli interventi tenuti dagli eminenti relatori.

Iniziare oggi un nuovo cammino, per noi significa nello stesso momento onorare la memoria di Luigi Agustoni. Magister magnus è stato degno erede dei grandi monaci medievali,  anonimi  teorici  e  compositori  di  melodie  eterne  capaci  oggi,  a  secoli  di distanza, di intrigare gli studiosi, entusiasmare gli interpreti, stimolare coloro che cercano una guida sicura nel lavoro costante di attualizzazione del linguaggio della musica sacra. Aspetti, questi, in cui Luigi Agustoni ha mostrato a tutti noi, con chiarezza e insuperata autorevolezza, la via da percorrere.
Da lui si sono avuti insegnamenti e risposte chiare e precise. Ai gregorianisti confrontati con  il  problema  della  discrepanza  fra  la  lettura  dei  dati  semiologici  e  i  risultati interpretativi,  ha  sottolineato  con  forza  la  necessità  di  una  profonda  appropriazione intellettuale e soprattutto spirituale della simbiosi parola-suono e la necessità della personale intuizione artistica e musicale ai fini dell’interpretazione. Ai musicisti e compositori alla ricerca di nuove forme per il culto ha indicato la via dell’azione liturgica partecipata e l’esigenza di un dialogo tra coro e assemblea, ha evidenziato la priorità del testo sulla musica, proponendo l’utilizzo di ritmo libero, ricollegandosi in questo alla grande tradizione del canto gregoriano2.
Canto gregoriano e liturgia rinnovata, tradizione e conquiste, di cui ha gettato le premesse accolte nelle riforme elaborate in quell’assise che proprio mezzo secolo fa aprì i propri lavori che di lì a poco avrebbero sconvolto secolari equilibri e – per gli aspetti legati ai nostri interessi – rivalutato l’antico.

Facendomi voce del corpo redazionale e degli eminenti membri del Comitato scientifico, non posso che augurarmi l’apprezzamento da parte di chi è attento alle tematiche a noi care. Condividendone l’approccio, contribuirà a rendere più efficace il nostro lavoro teso alla formazione di una nuova, trasversale e multidisciplinare consapevolezza.


 

Giovanni Conti
direttore di Vox Antiqua