Vox Antiqua n. 3 - Indice 

Editoriale
Giovanni Conti

 

Patronato collettivo e privato a Venezia alla fine del ‘500:
Giovanni Gabrieli e il suo accesso alla Scuola Grande di San Rocco

Rodolfo Baroncini

 

Il Ricercare per organo di Giovanni Gabrieli: la Biston betularia del Cinquecento?
Giuseppe Clericetti

 

Il Canto gregoriano come testimonianza
della comprensione patristica della Sacra Scrittura

Franz Karl Praßl

 

Musica nell’esperienza spirituale di S. Caterina da Bologna
Livia Caffagni

 

Diego Ortiz: Musices liber primus
Luca Colombo

 

Notitiæ

 Editoriale 

La storia di Venezia è ampiamente legata alla musica. Il nome della Città, della Repubblica e delle sue istituzioni civili e religiose, sono espressione di una vicenda musicale che ha vissuto stagioni e stazioni che, potremmo dire, si accompagnano alle vicende delle popolazioni che ne sono state le protagoniste. Se solo volessimo affidarci alle notizie che a proposito ci fornisce Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum, sarebbe pressoché inevitabile pensare un percorso musicale che vide da una parte le consuetudini in cammino di consolidamento - nel senso di una tradizione - dei Longobardi, e dall’altra il non indifferente peso di una prassi di matrice Bizantina. Entrambe hanno probabilmente lasciato il loro segno nella storia musicale veneziana a partire dal VI sec. e i tempi successivi, seppur ovviamente slegati totalmente dal legame culturale originario, ne hanno ereditato la straordinaria forza al punto da costituire momenti fermi e segnanti della vicenda musicale letta nel senso più ampio del termine, ovvero quello della Storia della musica occidentale. È tra VIII e XI secolo che lo spessore della musica religiosa - a Venezia come nel resto dell’Occidente cristiano - non poté far altro che influenzare gli aspetti civili segnandone la crescita, lo sviluppo, l’affermarsi delle istituzioni che della musica fecero un elemento imprescindibile.
Gli esempi potrebbero essere numerosissimi e ci spingerebbero financo a darne testimonianza come strumento per nulla secondario, nel rivendicare un’identità religiosa e culturale che ebbe a confrontarsi, già a partire dai prodromi, con il mondo islamico declinato secondo gli usi e i costumi degli Ottomani. Un’identità che rimane iscritta nei secoli quella veneziana e che costituisce un patrimonio da salvaguardare, sia che si tratti di tradizioni musicali che affondano le loro radici nei contatti con Costantinopoli, sia che si parli di origine alessandrina, sia che si accetti la filiazione aquileiese che gli studiosi ottocenteschi della chiesa veneziana tanto sostennero. Oggi è decisamente più chiara la realtà musicale che precedette protagonisti quali Willaert, i Gabrieli, Zarlino, Croce, Monteverdi, ma molto rimane da dire sul lavoro dei musicisti appena citati. Per Vox Antiqua si è trattato di cogliere un’occasione speciale sull’asse cronologico della musica veneziana, segnando con semplicità, ma con la grande autorevolezza degli autori, il IV centenario della morte di Giovanni Gabrieli, il nipote e l’allievo di Andrea che, dal 1585 alla morte, fu organista della basilica di S. Marco. Siamo onorati di poter pubblicare uno studio che focalizza un aspetto primario dell’esperienza umana e professionale di Gabrieli firmato da Rodolfo Baroncini. Il maggiore studioso gabrieliano del momento attuale, fa muovere la sua ricerca dal fatto che quarantatré giorni dopo la sua nomina ufficiale a organista della basilica di San Marco, Giovanni Gabrieli ottenne anche lo stesso incarico presso la Scuola Grande di San Rocco. Incarichi, entrambi, che contribuirono alla sua fama europea la quale, a sua volta, fu il veicolo per esportare al di là della città lagunare il rinnovamento dei modi ecclesiastici, l’uso delle armonie cromatiche, la mobilità e il raggruppamento policorale delle voci, l’armonicità della sua composizione, la molteplicità degli atteggiamenti, l’invenzione tematica che ruppe i vincoli della condotta polifonica fiammingo-romana sostituite da audacie realistiche descrittive sempre di un gusto finissimo che richiama gli effetti della pittura veneziana cinquecentesca. Baroncini, mettendo l’accento sulle peculiarità del Patronato pubblico e privato di quel preciso momento storico, rende chiarissime le cause che portarono la prestigiosa Confraternita di San Rocco ad aggiudicarsi con una mossa fulminea il servizio di Gabrieli, colui che non era più soltanto il promettente nipote di un illustre compositore quale fu Andrea Gabrieli, ma l’organista dell’istituzione musicale più importante della città il quale, agli occhi degli osservatori più avvertiti, appariva ormai come l’astro più luminoso del firmamento musicale lagunare.
Su questo filone si pone un secondo saggio ‘veneziano’ pubblicato nel presente numero a firma del musicologo svizzero Giuseppe Clericetti il quale, nel solco delle sue ricerche condotte nel campo delle musiche per organo, mette in luce il Ricercare organistico tanto caro ad entrambi i Gabrieli e che vide Giovanni prendere le mosse dalle analoghe composizioni di Andrea, conferendo ai Ricercari una struttura formale più decisa e uno sviluppo tematico più definito. Il lavoro di Clericetti è illuminante e pone rimedio al fatto che il Ricercare organistico rappresenta il capitolo meno studiato della produzione di Giovanni Gabrieli in quanto non corrisponde alle caratteristiche che contraddistinguono di norma la sua musica e che oggi suscitano ammirazione: le citate polivocalità, policoralità, polistrumentalità. Contrariamente alle complesse composizioni vocali e strumentali che hanno reso celebre Giovanni, i suoi Ricercari non sono collegabili a occasioni precise di esecuzione: non si tratta di grandi eventi sonori o cerimoniali ed in essi non si trova né basso continuo né concertazione. Il lavoro di Clericetti parte da questa atipicità per descrivere la breve vita del Ricercare, nel tempo sopravvissuto a sé stesso in realtà solo in ambito liturgico.
Strettamente legato a Venezia è pure il Musices liber primus di Diego Ortiz pubblicato nella Serenissima in anno Domini 1565 per i tipi di Gardano. È Luca Colombo ad occuparsi nel suo articolo dell’unico volume giunto sino a noi di musica vocale sacra composta dal polifonista spagnolo del quale, dal 15 giugno 1570, le già frammentarie informazioni terminano e si ignorano la data e il luogo della sua morte.
Il Canto gregoriano come testimonianza della comprensione patristica della Sacra Scrittura è invece il suggestivo tema di cui si occupa autorevolmente Franz Karl Praßl. L’utilizzo delle Sacre Scritture all’interno della liturgia, sotto forma di lettura, canto o preghiera, rappresenta sempre un’indicazione di come la Bibbia sia stata recepita e compresa. Il Canto gregoriano non può essere preso in considerazione prescindendo da come l’istituzione che ne ha fatto il canto proprio ha letto e interpretato le Scritture. In quanto canto liturgico, sorto in una precisa epoca storica, il canto gregoriano rispecchia il pensiero teologico del suo tempo. E seppure questa constatazione è divenuta una frase comune, era necessaria una serie di argomentazioni che lo studioso austriaco e illustre membro del Comitato scientifico della nostra Rivista, ha svolto con la competenza che gli viene riconosciuta.
Una particolare attenzione va rivolta al corposo studio di Livia Caffagni (che già si è impegnata per la pubblicazione di un secondo lavoro) la cui lettura e assimilazione sarà di giovamento per tutti coloro che, come noi, si dedicano ai repertori antichi sacri e alle relative metodologie di ricerca. Ricerca vissuta fisicamente ed emotivamente negli spazi del monastero bolognese delle Clarisse del Corpus Domini, fondato nel 1456 da Caterina de Vigri, oggi conosciuta come Santa Caterina da Bologna dai numerosi pellegrini che si recano nella cappella annessa alla chiesa del monastero per venerare il suo corpo incorrotto insieme ad altre reliquie, fra le quali la celebre “violeta” da lei suonata.
Caterina è da lungo tempo oggetto di studio come scrittrice mistica, pittrice e miniaturista. Da poco più di un decennio la Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino ha dato il via alla pubblicazione di una importante collana di testi e studi ma su Caterina musicista sono stati pubblicati solo due studi generici. Sul versante musicologico poi, al di là delle attenzioni alla “violeta”, data l’assenza di documenti musicali, le ricerche si sono fermate.
Livia Caffagni, con sana caparbietà si è addentrata in un percorso trasversale che ha preso le mosse dalla attenta lettura della vita e delle opere di Caterina e dei documenti provenienti dallo scriptorium del Monastero. Vi ha trovato preziose indicazioni sull’uso del repertorio laudistico in ambiente claustrale femminile legato al movimento dell’Osservanza francescana. Ne è nato uno studio approfondito che, tra le numerose altre cose, si è soffermato sul codice quattrocentesco Can. it. 134 della Biblioteca Bodleiana di Oxford dove si trovano due lettere attribuite a Caterina da Bologna: un piccolo e straordinario trattato di ascesi spirituale che ha fatto da base a una registrazione discografica (Arcana) intitolata I Dodici giardini, dagli esiti convincenti ed affascinanti, tanto da indurci a farne dono ai nostri abbonati.

Ancora una volta Vox Antiqua riesce ad essere al servizio dei propri lettori e della Comunità scientifica in maniera variegata.

Giovanni Conti
direttore di Vox Antiqua